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SISTEMA BEZOPASNOSTI

“Swan Song”

(Heimdall Records)

Time: (77:59)

Rating : 7.5

Il curioso monicker Sistema Bezopasnosti non dirà probabilmente granché ai lettori, eppure l’act guidato dal mastermind Vladimir Doronin ha avuto i natali addirittura nel lontano 1993 in quel di Tyumen (Siberia), e da allora ad oggi ha finalizzato ben una trentina di uscite ufficiali.

Un progetto dunque longevo ed assai prolifico che, dopo anni spesi fra svariate etichette del sottobosco russo, ha infine messo in piedi il proprio marchio Heimdall Records, col quale punta ad ottenere maggior visibilità a livello internazionale piuttosto che solamente in patria, anche recuperando titoli ormai introvabili. È il caso dell’album “Swan Song”, uscito in edizione limitata su CDr nel 2007 ed ora ristampato nel formato CD, con la gradita cornice di un digipack a tre pannelli completo di ampie note sull’opera.

L’act si è sempre mosso attorno alle aree dark-folk, abbracciando influenze neoclassiche e sentori esoterici come anche sonorità ambient ed inflessioni marziali, con la grande peculiarità del cantato in madre lingua particolarmente istrionico e teatrale di Vladimir.

In “Swan Song”, opera folk/sinfonico/pianistica ricca di intriganti influenze, la voce – spesso recitata – del Nostro è assoluta protagonista con una vena istrionica forte, elemento verosimilmente ostico per il pubblico europeo, specie per la difficoltà nell’arrangiare il russo in una forma che suoni musicale. Ma se si riesce a vedere oltre la spigolosità delle strutture vocali ed un’interpretazione a volte sin troppo audace, si potrà godere della bellezza di canzoni ricche di sentimento come la triste opener “Black Star”, l’intensa e vibrante “Agape” (il momento più vicino al dark-folk), la dolce e sottile “One End Of The World For Two” e l’appassionata “Gwendoline”.

Vladimir è un compositore navigato che sa arrangiare con gusto i propri brani, e lo dimostra soprattutto negli episodi di maggior durata: è il caso di “0 = (+ 1) + (- 1)”, che nei suoi quasi 12 minuti contrappone l’enfasi drammatica ad una grottesca esplosione folklorica con voce tremendamente cruda, per poi prodursi in un bel finale sinfonico; non da meno gli oltre 15 minuti della title-track, senza dubbio il momento più esoterico e suadente dell’album, ed anche i 12 minuti della conclusiva “The Sky Is Us”, fra magiche melodie ed un violino toccante, delineano atmosfere che pochi sanno catturare in maniera così efficace.

Una prova non facile per i motivi di cui sopra e per una durata davvero ampia, ma che testimonia delle buone qualità di un progetto che merita l’attenzione di un pubblico più ampio di quello russo: un tassello da recuperare per gli eventuali estimatori, ma anche e soprattutto l’occasione utile per i più curiosi ed arditi esploratori del sottobosco dark-folk di avvicinarsi a questo interessante act.

Roberto Alessandro Filippozzi

26.01.2015